20071217

Il trascorrere dei giorni

C’è un momento nella vita in cui l’uomo comincia a pensare all’età che ha raggiunto. Avviene automaticamente, per lo meno questa è l’impressione dell’interessato, succede senza che sia evidente la successione dei fattori che porta, per la prima volta, a parlare di età. La coda di paglia, nascosta più o meno volontariamente, c’è. Si parla degli anni raggiunti come se si volesse anteporre un alibi per comportamenti futuri non corretti o per giustificare errori già commessi e non identificati. Questo parlare di sé è una condizione strettamente personale che non suscita l’interesse altrui, questo sbandierare la propria fragilità reclama delle coccole, delle grosse dosi d’affetto. Ma chi capisce non può esaudire la richiesta, altrimenti il gioco diventa palese e la situazione patetica. L’aiuto va dato in ogni caso, può essere tacito, ma l’appello va compreso ed è necessario trasmettere di aver capito la situazione.
Proclamare l’età non è la stesura del bilancio degli anni passati, di solito è una totale accettazione degli anni trascorsi, è un sigillo che si pone sopra ciò che di male e di bene c’è stato. Accettare un’età, pur manifestandola, è pensare al presente con una visione critica della propria situazione, con una maggiore attenzione ai passi che, in una direzione o nell’altra, vanno compiuti. Vuol dire esaminare possibilità, varianti, evitare, sempre che sia possibile, mosse dettate dall’impulso. È la logica che comincia a prevalere. È il passaggio ad una nuova fase della vita. L’età della ragione comincia proprio quando oltre a parlare di ragione si parla anche di età. Il tempo assume una dimensione diversa, c’è una maggior coscienza del trascorrere dei giorni e degli anni, c’è meno margine di errore e il recupero deve necessariamente avvenire in tempi brevi. Un po’ come quando all’università, si trascorreva il tempo senza una meta precisa, con la laurea ancora distante e, senza saperlo, ogni giorno più lontana. Gli anni passavano e si imparava soprattutto a vivere senza alcun problema di identità, anche perché tutti noi ne avevamo una precisa, eravamo degli studenti. Una qualifica che ci permetteva un certo numero di piccole follie senza che nessuno ci trovasse nulla di male. Nel frattempo ci si avvicinava ai trent’anni, un vero e proprio giro di boa, dopo il quale lo studente, rimanendo tale, diventava un lazzarone. Durante questa trasformazione c’era una perdita di tutti i privilegi conseguiti in passato. Le giustificazioni non venivano più accettate, e tutte le porte aperte dalla vecchia condizione, piano piano si richiudevano. A meno che con l’età non giungesse un contemporaneo inserimento sociale che rimetteva in gara l’ex studente. Era dunque necessario anche in quella fase un recupero, di esami non dati, di rapporti trascurati, di tempi destinati all’ozio. Erano anni in cui anche alla fase di recupero si guardava con una certa tolleranza, l’importante era che fosse iniziata, tanto il tempo avrebbe poi messo a posto tutto. Ma dieci, venti, trent’anni dopo questa boa dei trenta c’è altrettanto tempo per risistemare situazioni lasciate in sospeso, per rivivere momenti importanti, per iniziare rapporti mai presi in esame.
Tempo ce ne sarà sempre di meno. Sarà necessario di conseguenza agire e pensare molto più rapidamente e altrettanto veloce dovrà essere la decisione. Ma tutto questo contrasta con la necessità, sopra evidenziata, di evitare mosse d’impulso, di dover meditare, esaminare varianti, possibilità, prima di decidere per non commettere errori. E allora ciascuno porterà avanti se stesso, con il proprio modo di agire, sapendo che nell’un caso o nell’altro potrà commettere degli errori. E così, ancor prima di muoversi, di agire o di pensare, ciascuno di noi metterà in piazza il discorso dell’età, anteponendo degli alibi per comportamenti futuri non corretti o per giustificare errori già commessi e non identificati.

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